MICHAEL CUOMO, RACCONTARE LO SPORT CON METODO, UMANITÀ E RESPONSABILITÀ

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Il suo percorso nel giornalismo è iniziato molto presto e si è sviluppato con continuità. Quali scelte strategiche ritiene abbiano inciso maggiormente nella costruzione della sua identità professionale?

Ho iniziato presto perché sono sempre stato spinto da una passione illimitata, che ancora oggi sento come fosse il primo giorno. Non c’è stata alcuna strategia nelle mie scelte, mi sono sempre fatto trasportare da quello che sentivo dentro. E quello che ho sentito, che sentivo, che sento ancora è pensare alla mia crescita accantonando la calcolatrice per il conto delle ore e dei soldi. Più che scelte strategiche, lo chiamerei investimento: di tempo, di forze, anche di denaro e non mi vergogno a dirlo, per trasformare la mia più grande passione nel mio lavoro.

Ha lavorato sia come giornalista sul campo sia in ambiti legati alla comunicazione dei club. In che modo queste esperienze hanno arricchito il suo modo di raccontare lo sport oggi?

Prima di approfondire in che modo, le dico quanto: tantissimo. Vivere l’altra faccia della medaglia del giornalismo, ovvero l’ufficio stampa, colui che fa da tramite tra le esigenze giornalistiche e la trasparenza di un’azienda, fa sì che oggi io abbia delle conoscenze maturate “dall’interno” che mi permettono di comprendere, gestire e valutare un fatto dall’esterno con molti più elementi a disposizione. Ancora oggi, nella mia attività di Consigliere regionale della Lega Nazionale Dilettanti della FIGC, con la delega alla comunicazione riesco a tenere vivo questo connubio. Da questo ho capito una cosa: che l’addetto stampa, o alla comunicazione, che ha svolto attività giornalistica è molto più avvantaggiato nel suo lavoro. Per capire fino in fondo e accompagnare le esigenze di un giornalista, specie in un mondo così mediatico nel nostro paese come quello del calcio, è fondamentale aver maturato un’esperienza precedente dalla parte opposta.

Il giornalismo contemporaneo vive una forte pressione tra velocità, social media e spettacolarizzazione. Come si difendono metodo, credibilità e autorevolezza in questo scenario?

Non è facile perché i tre elementi che ha citato lei rappresentano la strada più veloce per il successo, se con la parola “successo” noi intendiamo quanto la gente ti conosca e riconosca. Io credo che velocità, social media e spettacolarizzazione possano andare di pari passo con metodo, credibilità e autorevolezza. Questo mix di ingredienti che appaiono molto distanti tra loro è tutto ciò che cerco di mettere “in campo” in ogni mia uscita a Telelombardia. Io ricordo sempre a me stesso che quando parliamo di calcio e di sport parliamo di cose serie, perché sono movimenti che anche grazie agli aspetti mediatici muovono miliardi e condizionano vite, ma che nella vita di tutti i giorni c’è sempre qualcosa di più importante, serio, pesante di quello di cui parliamo. Lo dico per esperienza personale. E così mi sento sempre leggero a parlare di qualsiasi tematica, anche la più scomoda, indipendentemente da chi siano i protagonisti. Credo che ai telespettatori questo arrivi.

C’è stato un momento della sua vita – non necessariamente pubblico – in cui ha dovuto fermarsi, rimettere in discussione il percorso o prendere una decisione non scontata che ha inciso profondamente sulla persona, prima ancora che sul professionista?

Dicevo sopra “Lo dico per esperienza personale”. Nel 2017 mi sono trovato dal letto di casa mia al letto di ospedale per 19 giorni, due operazioni al cervello, una settimana di sedia a rotelle con metà corpo paralizzato. Una lesione cerebrale mi aveva paralizzato la parte destra del corpo, che mi aveva avvertito prima con un crampo alla gamba, poi facendomi cadere a terra con perdita di coscienza. Ho lavorato sull’1% di possibilità di tornare a condurre la mia vita come prima, e oggi sono qui a raccontarla. Amo profondamente la vita, anche se a volte le manco di rispetto ignorando i segnali che ancora mi dà il mio corpo. Da questo ne ho ricavato due grandi soddisfazioni: con la stessa mano destra con cui non riuscivo nemmeno a portarmi un cucchiaino alla bocca ho firmato un anno dopo un contratto di lavoro in tv; due anni dopo ho salvato la vita a mio papà, colpito da arresto cardiaco in casa: oggi sta meglio di me (ride, ndr) grazie a 10 minuti di massaggio cardiaco con le mie mani.

Nel racconto dello sport ad alto livello, quanto peso attribuisce alla dimensione umana rispetto al risultato e alla performance? E come si mantiene l’equilibrio tra coinvolgimento emotivo e distanza professionale?

La dimensione umana non ha mai un peso relativo, ma sempre di primaria importanza. Anche nel raccontare lo sport. Ci sono storie di sport che non necessariamente parlano di grandi successi “sul campo”, ma raccontano intanto grandi vittorie nella vita. Prendo l’esempio recente di Federica Brignone: l’oro al collo, nel suo caso, è stato davvero un qualcosa di straordinario in più. Quello che più è arrivato all’esterno è stata la sua perseveranza, la sua passione, la voglia anche solo di crederci e provarci lottando prima di tutto contro la soglia del dolore. La sua non è soltanto una medaglia olimpica, ma è una storia da raccontare a qualsiasi atleta e a tutti i giovani che si affacciano con passione verso il futuro della propria vita, come esempio di non fermarsi mai davanti agli ostacoli, ma metterci sempre il massimo e di più per riuscire a superarli.

Essere un giornalista giovane ma già riconosciuto comporta anche una responsabilità verso il pubblico e verso chi guarda a questo mestiere come a un obiettivo. Che idea di giornalismo sente di rappresentare oggi?

Il tempo passa ma ancora oggi, spesso, sono il più giovane della spedizione. Questo aumenta in me il senso di responsabilità che ho in primis nei confronti della testata che rappresento, poi nei confronti di chi mi segue da casa, sui social, ovunque. Non esiste un’idea di giornalismo giusta o sbagliata, tant’è che il mio modo di lavorare spesso rappresenta l’opposto di quello che vorrei: “sul campo” vado oltre ogni limite alla ricerca dell’immagine, della notizia, del cosiddetto “scoop”, ma quello che più mi piacerebbe fare è raccontare passioni, emozioni, storie come quelle di cui ho parlato nella risposta precedente. Questo non vuol dire che io non sia contento del mio lavoro quotidiano, ma è un esempio che faccio per giustificare il fatto che per me non esiste un’idea o un modo unico, giusto, di fare giornalismo, nel mio caso sportivo.

Guardando al futuro, quali competenze e quale atteggiamento ritiene indispensabili per costruire una carriera solida e credibile nel giornalismo italiano dei prossimi anni?

Talvolta il nostro lavoro viene visto solo come la fortuna di seguire un evento gratis, o di incrociare spesso sulla tua strada personaggi noti, che magari rappresentavano i tuoi idoli quando eri bambino. La prima cosa che ho fatto per tentare di costruire una carriera solida e credibile è non farmi condizionare dal tifo. Sono tifoso, ho la fortuna di vivere da molto vicino la squadra che tifo, ma mi impegno a non farmi condizionare nel bene e nel male dai suoi risultati. L’atteggiamento con i protagonisti è lo stesso: quando si tratta di lavoro, di notizia, l’adrenalina di arrivare al miglior risultato possibile va al di sopra di ogni simpatia.

A cura della Redazione

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