In un’epoca in cui lo sport è sempre più fisico, tecnologico e orientato alla performance, quanto conta oggi l’aspetto mentale nella costruzione di un atleta completo e consapevole?
Oggi l’aspetto mentale è fondamentale tanto quanto quello fisico e tecnico. Gli atleti hanno preparazioni atletiche sempre più avanzate, strumenti tecnologici sofisticati e programmi altamente personalizzati, ma spesso la vera differenza emerge nella gestione della pressione, delle emozioni e dei momenti decisivi. La mente è ciò che permette all’atleta di esprimere davvero il proprio potenziale. Un atleta completo non è solo performante, ma anche consapevole di sé, capace di affrontare difficoltà, cambiamenti ed errori senza perdere equilibrio e fiducia.
Il suo percorso nasce da una passione autentica vissuta prima da atleta e poi da professionista. Quanto è importante, per chi lavora nello sport, aver sperimentato in prima persona sacrifici, pressioni ed emozioni della competizione?
Credo sia molto importante, perché ti permette di comprendere davvero cosa vive uno sportivo. Io ho giocato a pallavolo per tanti anni e lo sport è sempre stato parte della mia vita. A un certo punto mi sono fatta male alla caviglia e quello è diventato un po’ il motivo che mi ha portata a smettere. Col tempo ho capito che, oltre all’infortunio, è mancata anche la forza mentale per affrontare quel momento delicato che tanti adolescenti sportivi vivono. Questa esperienza mi ha segnato profondamente e mi ha spinta a diventare mental coach: volevo essere quel supporto che forse, in quel momento, sarebbe stato utile anche a me. Aver vissuto certe emozioni rende il lavoro più autentico e crea una connessione reale con gli atleti.

Lei sostiene che spesso il vero limite non sia tecnico, ma mentale. Quanto il dialogo interno e le convinzioni personali possono influenzare concretamente il rendimento di un atleta nei momenti decisivi?
Influenzano moltissimo. Il modo in cui un atleta parla a sé stesso può cambiare completamente il suo approccio alla gara e alla performance. Pensieri come “non sono abbastanza”, “non posso sbagliare” o “deluderò gli altri” creano tensione, rigidità e perdita di lucidità. Al contrario, un dialogo interno equilibrato aiuta l’atleta a restare presente, fiducioso e focalizzato. Spesso il corpo sarebbe pronto a performare, ma è la mente che frena. Per questo lavorare sulle convinzioni personali è essenziale: ciò che un atleta crede di sé tende inevitabilmente a riflettersi nelle sue prestazioni.
Oggi si parla sempre più spesso di resilienza e gestione dello stress. Secondo lei, la mentalità vincente è una dote naturale o una competenza che può essere allenata quotidianamente come quella fisica?
Penso che alcune persone abbiano una predisposizione caratteriale, ma la mentalità vincente sia soprattutto una competenza che si può allenare. Esattamente come il fisico, anche la mente ha bisogno di allenamento, continuità e strumenti adeguati. Resilienza, concentrazione, gestione dello stress e fiducia non nascono per caso: si costruiscono giorno dopo giorno attraverso esperienze, consapevolezza e lavoro personale. La differenza è che spesso all’allenamento mentale si dà ancora meno spazio rispetto a quello fisico, quando invece dovrebbero procedere insieme.
Molti atleti convivono con paura di sbagliare, pressione e aspettative esterne. Quali sono i blocchi mentali più frequenti che incontra nel suo lavoro e quanto possono incidere sulla libertà di espressione sportiva?
Uno dei blocchi più frequenti è proprio la paura del giudizio e dell’errore. Molti atleti sentono il bisogno di dimostrare continuamente il proprio valore, agli allenatori, ai genitori, al pubblico o persino a sé stessi. Questo porta spesso a giocare con tensione e controllo eccessivo, perdendo spontaneità e libertà di espressione. Un altro blocco molto comune è il perfezionismo, che porta l’atleta a focalizzarsi più su ciò che potrebbe andare storto che sul vivere la performance. Quando la mente entra in uno stato di difesa, anche il talento rischia di bloccarsi.

Nel suo approccio emerge un concetto molto interessante: non eliminare la paura, ma imparare a convivere con essa. Quanto è importante insegnare agli atleti a trasformare pressione ed errore in strumenti di crescita?
È fondamentale, perché paura e pressione fanno parte dello sport e della vita. Cercare di eliminarle completamente spesso crea ancora più frustrazione. Il vero obiettivo è aiutare l’atleta a riconoscerle, accettarle e imparare a gestirle senza esserne sopraffatto. Anche l’errore va reinterpretato: non come una condanna o un fallimento personale, ma come un’informazione utile per crescere. Gli atleti che riescono a convivere con la possibilità di sbagliare diventano più liberi mentalmente, più coraggiosi e anche più continui nella performance.
Guardando alle nuove generazioni, pensa che oggi ci sia una maggiore attenzione al benessere mentale nello sport oppure esiste ancora una certa difficoltà culturale nel considerare la preparazione mentale parte integrante della performance?
Sicuramente oggi c’è molta più attenzione rispetto al passato, ed è un segnale importante. Sempre più atleti parlano apertamente di salute mentale e questo sta aiutando a normalizzare certi temi. Tuttavia, esiste ancora una difficoltà culturale, soprattutto in alcuni contesti, nel vedere il mental training come parte integrante della preparazione sportiva e non come qualcosa da utilizzare solo quando c’è un problema. La mente viene ancora spesso trascurata fino a quando emergono blocchi, crisi o cali di performance. Anche per questo ho deciso di ideare un podcast che potete ascoltare su Spotify e YouTube dal nome “Inner Mentality”, dove atleti di grande successo, campioni dello sport parlano proprio di questo, dell’aspetto mentale nella loro carriera e di come hanno superato i momentj difficili. In realtà lavorare sulla componente mentale dovrebbe essere un percorso preventivo e continuo, esattamente come la preparazione atletica.
A cura di Christian Gaston Illan



