Dal Boca Juniors all’Inter, passando per Roma, Genoa, Torino e la Nazionale argentina: quale tappa del suo percorso ritiene sia stata la più determinante per la sua crescita, come calciatore e come uomo?
Ogni tappa della mia carriera mi ha lasciato qualcosa e continua ancora oggi a insegnarmi. Se però devo individuarne una, scelgo il percorso nel settore giovanile del Boca Juniors fino alla prima squadra. È lì che si passa dall’essere un ragazzo con un sogno al diventare un professionista. Cambia il modo di vivere, di allenarsi, di affrontare i compagni, la pressione e le responsabilità. Ho avuto la fortuna di vivere un periodo straordinario, ricco di vittorie, che mi ha formato profondamente. Le esperienze successive sono state tutte fondamentali, ma il Boca rappresenta le basi dell’uomo e del professionista che sono oggi.

Ha vissuto derby iconici come il Superclásico argentino, il derby di Milano, quello di Roma e quello della Mole. C’è una sfida che ancora oggi porta nel cuore e perché?
Mi sento davvero privilegiato per aver disputato così tanti derby nella mia carriera. Penso al Superclásico tra Boca e River, al derby di Milano, a quello di Roma, al derby della Lanterna, fino ai derby internazionali come Argentina-Brasile. Se dovessi sceglierne alcuni, direi sicuramente le sfide di Coppa Libertadores con il Boca contro il River Plate, soprattutto quelle vinte nel 2000 e nel 2004. Porto nel cuore anche il derby vinto con l’Inter grazie al gol decisivo di Adriano e i cinque derby consecutivi conquistati con la Roma. Ogni derby ha avuto un’atmosfera unica e mi ha lasciato emozioni irripetibili. Sono esperienze che porterò sempre con me.
Con il Boca Juniors e con l’Inter ha conosciuto da vicino la cultura della vittoria. Quali sono gli elementi che accomunano le grandi squadre vincenti?
Non esiste un solo ingrediente che rende vincente una squadra. La vittoria nasce dall’unione di tanti fattori, ma soprattutto da valori autentici: lavoro di gruppo, onestà, generosità, altruismo, spirito competitivo e desiderio continuo di migliorarsi. Le grandi squadre sanno crescere anche nei momenti più difficili e mantengono sempre alta l’ambizione. Quando vinci, significa che tante cose funzionano: la qualità dei giocatori, il lavoro quotidiano, il rapporto nello spogliatoio, le idee dell’allenatore e la visione della società. Alla fine, i valori non passano mai di moda: sono loro che costruiscono i successi duraturi.
Lei ha avuto Diego Armando Maradona come commissario tecnico della Nazionale argentina. Qual è il ricordo più autentico che conserva dell’uomo Diego, oltre al campione che tutti conosciamo?
Il ricordo più bello riguarda il Mondiale vissuto insieme. Ho avuto il privilegio di osservare da vicino il rapporto tra Diego Maradona e Lionel Messi. Diego era il primo tifoso di Leo: desiderava con tutto sé stesso che disputasse il Mondiale della vita. Vedere il loro rapporto umano, il rispetto reciproco e la voglia di stare insieme è stato qualcosa di davvero speciale. È un’immagine che custodisco con grande affetto e che racconta il lato più autentico di Diego.

Ha condiviso lo spogliatoio con grandi campioni e allenatori. Qual è la qualità che distingue davvero un leader all’interno di una squadra?
Per me un leader è prima di tutto un esempio credibile. Non bisogna confondere la leadership con la personalità: ho conosciuto giocatori con grande personalità che non erano leader. Esistono leader tecnici, comportamentali, comunicativi e gestionali, ma tutti hanno una caratteristica comune: ispirano gli altri. Nel calcio il leader non viene imposto, viene scelto dal gruppo attraverso la coerenza dei suoi comportamenti. Quando è arrivato il mio momento, ho cercato di trasmettere ciò che avevo imparato dai grandi allenatori, dirigenti e compagni incontrati durante la mia carriera.
Dopo la carriera da calciatore ha scelto quella da dirigente. Quanto è cambiato il suo modo di osservare il calcio passando dal campo alla costruzione di un progetto sportivo?
La prospettiva cambia completamente. Da calciatore vivi il tuo ruolo all’interno della squadra; da dirigente devi avere una visione a 360 gradi. Ho cercato di mantenere sempre vivo il fuoco competitivo, ma oggi ogni decisione ha conseguenze sul lavoro e sulla vita di tante persone. Essere direttore sportivo significa assumersi grandi responsabilità, lavorare in sintonia con società, allenatore e calciatori, costruire un progetto tecnico credibile e prepararsi continuamente. L’esperienza sul campo è preziosa, ma da sola non basta: servono studio, formazione e aggiornamento costante.

L’Argentina continua a essere una delle grandi protagoniste del calcio mondiale. Quali caratteristiche vede oggi nella Selección e cosa la rende così competitiva nel tempo?
Per noi argentini questa Nazionale rappresenta un enorme motivo d’orgoglio. La sua forza principale è quella di essere davvero una squadra. Certamente ha un leader straordinario come Lionel Messi, ma intorno a lui c’è un gruppo compatto, generoso e perfettamente consapevole del proprio ruolo. È una squadra solida, con un’identità di gioco ben definita e capace di aspettare il momento giusto per colpire. Al di là delle difficoltà che possono emergere durante un torneo, credo che questa Selección riesca a rappresentare perfettamente lo spirito degli argentini. E questo è il suo valore più grande.
Recentemente ha conseguito il FIFA Diploma in Club Management. Qual è l’insegnamento più importante che porta con sé da questo percorso e quanto ritiene sia fondamentale continuare a formarsi anche dopo una carriera ai massimi livelli?
Oggi la formazione è una responsabilità. Viviamo in un mondo che cambia continuamente e chi ricopre ruoli di responsabilità deve aggiornarsi senza perdere la propria identità. Il FIFA Diploma in Club Management è stato un percorso straordinario, soprattutto per il confronto con professionisti provenienti da ogni parte del mondo e appartenenti a settori diversi dell’industria del calcio. Ho avuto l’opportunità di ampliare la mia visione, comprendendo ancora meglio quanto il calcio moderno sia un sistema complesso che richiede competenze manageriali sempre più complete.

Dopo l’esperienza al Monza, ci può anticipare qualcosa sui suoi progetti futuri? C’è una sfida professionale che la affascina particolarmente?
Questo è un momento di riflessione. Continuerò sicuramente a rimanere vicino al calcio, che rappresenta una parte fondamentale della mia vita, ma desidero anche dedicare tempo ad altri progetti, come la mia azienda vinicola in Argentina e ad alcune passioni personali. Mi interessano molto la psicologia, il comportamento umano e la crescita delle persone. Mi piacerebbe mettere queste competenze al servizio dei calciatori, aiutandoli durante la carriera e preparandoli anche al futuro, quando terminerà il loro percorso sportivo. Credo che nasceranno opportunità molto interessanti.
Se dovesse descrivere Nicolás Burdisso con tre parole, dopo una carriera vissuta tra grandi club, la Nazionale argentina e il ruolo di dirigente, quali sceglierebbe e perché?
Direi affamato, generoso e curioso. Sono tre caratteristiche che mi hanno accompagnato in ogni fase della mia vita. Ma più di ogni definizione, credo che la vera sfida sia trovare un equilibrio. Un equilibrio tra la realizzazione professionale e gli affetti più importanti: la famiglia, le persone che amiamo e le relazioni autentiche. Alla fine, è proprio questa ricerca dell’equilibrio che, per me, rappresenta la vera felicità.
A cura di Christian Gaston Illan


