Il castello di Darany

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Intervista a Darany Benedetta Melzi, business manager e responsabile del Castello di Darany, luogo incantato dove fuggire e rigenerarsi a contatto con la natura.

Immaginate un luogo in cui ogni cosa è possibile. Immaginate di avere l’opportunità di poter cercare il meglio di voi stessi, senza fretta, nella totale intimità e con la sensazione di essere quasi protetti dalle sue mura. Immaginate di potere ricaricare mente e corpo, di poter nutrire i vostri progetti e raccontare le vostre idee a qualcuno che le sappia trattare con il giusto rispetto e custodire per tutto il tempo che volete. Esiste un posto dove tutto questo è possibile: il Castello di Darany. Sembra l’inizio di una fiaba, ma è pura realtà e non è stata necessaria nessuna bacchetta magica, ma solo tanta tenacia e passione. Il progetto è nato dalla mente di una donna, Darany Benedetta Melzi, business manager e responsabile diplomatico per una società che offre servizi di lusso per la persona. Il Castello di Darany non è solo un brand di sua creazione, ma è la sua missione di vita, la rappresenta intimamente. Per il nome si è ispirata al Castello Errante di Howl, uno dei più grandi capolavori di animazione di Hayao Miyazaki. «Desideravo usare un nome errante come il mio, essendo figlia di nomadi – racconta Darany – Quando comprai il Castello di Darany ero alla ricerca di un rifugio e mi riparai nel mio monastero spirituale. Iniziò un cantiere che si rivelò estremamente ostile. Quando firmai l’atto di acquisto ho subito avuto la visione di ciò che avrei realizzato». La struttura, prima appartenente a un signore valdostano, si trova nel piccolo borgo di Gratillon, a Saint Nicolas in Val D’Aosta. «Ho voluto mantenere il suo stato originario – mi spiega – Il Castello è stato teatro delle mie fasi emotive più importanti, iniziando un cantiere durato 4 anni di costruzioni e demolizioni e che riguardando indietro nel tempo, rispecchia la metafora della mia vita di questi ultimi anni. Impregnato di emozioni così forti ha acquistato un suo carattere, una sua personalità. Rappresenta il ruolo di un padre, a volte severo, imponendo delle regole disciplinari, ma è soprattutto un luogo protettivo dove rifugiarsi e riflettere. Ho costruito una realtà che si possa trasformare nella dimora del tempo libero, dove le persone possano scappare e rilassarsi. Sono stata contattata da diverse strutture per applicare questo sistema di accoglienza. Ho rifiutato la maggior parte delle proposte, perché chi decide di intraprendere questa filosofia deve sottostare alla legge dei 4 pilastri: l’esempio, la coerenza, la condivisione e il confronto. Attualmente collaboro con la realtà di Casa Figaro, un habitat agricolturale dove genitori e figli vengono rieducati a condividere l’esperienza del gioco perché ogni bambino cresciuto bene è un investimento nel formare un adulto che diventerà un professionista con più risorse».

Cosa ti ha portato a voler mettere delle regole nel castello?
“Esiste una storia orientale che racconta di una foresta dove le persone vanno a sussurrare i loro segreti agli alberi, i quali saranno per sempre custodi di ciò che non può essere rivelato. Il
simbolo del Castello di Darany è un vecchio noce centenario. Simbolo della saggezza e della integrità. Le regole più importanti sono la dignità, il rispetto e l’amor proprio. Siamo nella fortezza delle idee, un luogo fatto di regole, come la sacralità della parola e dove si possono depositare e registrare accordi, vincoli morali e promesse a terzi o con se stessi”.

Il Castello promuove anche seminari e workshop nell’ambito della cultura, dello sport e del benessere. Com’è nata l’idea del rifugio didattico?
“Volevo fondare un gruppo chiamato “lighters”, ovvero uomini di luce, che formassero un network umano dove condividere e coesistere nell’Agorà del Castello. Nel rifugio didattico, come facevano i Samurai, gli allievi più devoti possono vivere a stretto contatto con il proprio maestro. Una work experience, dove si propongono percorsi evolutivi nella conoscenza del sé, confrontandosi con professionisti di altissimo livello in diversi settori. Non esistono corsi che prendono spunto dalle esigenze e le aspettative degli iscritti, – mi spiega Darany, confessandomi che se potesse tornare indietro renderebbe questa realtà che ama moltissimo ancora più ambiziosa – Il Castello di Darany è la naturale evoluzione di Wallrider, che è stato il progetto più epico della mia carriera, una operazione molto ambiziosa che si affiancava al sistema SIAE nella tutela dell’espressione artistica e che dava visibilità alle opere inedite”.
Il Castello di Darany è il risultato di un viaggio difficile. Darany arriva a soli due mesi di vita da un paesino della Thailandia chiamato Lamphun. «Dopo l’adozione delineata da intrecci di episodi straordinari sono stata allevata nella Milano per bene e cresciuta da una tata slava e da una seconda mamma eritrea. Il mio iter scolastico è in una scuola privata inglese che ancora oggi conservo tra i miei ricordi più significativi. Tutto il mio percorso ha contribuito a creare il mio approccio multietnico e il mio retaggio nomade”.

Quali sono le tue prossime sfide?
“Intrecciare una sinergia tra strutture e proprietari che si allineano alla filosofia del Castello di Darany, ovvero dei luoghi che spingano le persone a una riflessione interiore e alla ricerca di sé come la struttura partner del Castello, Casa Figaro”.

Qualche altro sogno nel cassetto?
“Un viaggio chiamato Ticket to The World che toccherà tutti e 5 i continenti. È un viaggio alla ricerca dei segreti del pianeta e luoghi più esclusivi del mondo dove si svolgono dei fenomeni naturali così rari che in pochissime persone ne sono a conoscenza. A 26 anni mi hanno diagnosticato un problema di salute e se non curato potrebbe essere grave. Avrei una probabilità altissima di poter perdere il mio più grande patrimonio: la mia mente e quindi la mia biblioteca personale di storie e personaggi archiviati nei miei anni di vissuto. Questo mi incentiva ogni giorno a sfruttare al meglio tutto il mio tempo a disposizione. Ecco il mio modo di inneggiare alla vita”.

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