DOMENICO ROMEO CI RACCONTA IL NUOVO ROMANZO ”ODIO INNOCENTE”

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Lo scrittore Domenico Romeo ci conduce nel suo nuovo romanzo ”Odio Innocente”, pubblicato per Armando Editore.  Un noir avvincente che trascina il lettore nel ventre degli anni Settanta, tra eversione clandestina, traffico di droga, infiltrati e malavita organizzata. Un’infanzia tra le macerie: il romanzo di formazione di un’Italia che rinasce. 

Sinossi: Italia, anni Settanta: a pochi anni dallo scoppio del ’68, l’uccisione di Pier Paolo Pasolini, con le sue connessioni a tinte fosche, fa esplodere anime violente e fragili, realtà borderline. Viene così sconvolta la vita di Matteo, un uomo appartenente al neofascismo militante e violento, ossessionato dalla figura di Pasolini e dalla sua morte al punto da cercare la verità sul caso come ragione di vita. Attraverso la sua doppiezza morale, che lo spinge di nascosto a servire l’eversione nera seppure appartenendo a gangli dello Stato, emergono figure insolite di terroristi ex latitanti riabilitati pronti ad aiutarlo in questa missione, esoterismo e poteri impossibili da definire, in una linea di demarcazione labile fra Stato e antistato, bene e male, dove il mondo degli infiltrati presenta personalità lucide e deliranti. In tale narrazione letteraria, il lettore verrà assorbito in un viaggio nel ventre degli anni Settanta, all’interno della vita dei personaggi le cui trame, talmente forti e reali, sortiscono un impatto emotivo diretto attraverso la costruzione di personalità fondate sul senso della colpa, dell’” idea”, dell’amicizia e della vendetta. Una storia fra eversione clandestina e malavita organizzata, che scardina il guscio della guerra civile italiana ideologica degli anni di piombo fra neofascisti e marxisti-leninisti, sul traffico della droga e delle armi negli ambienti dello spontaneismo armato, dagli anni Settanta fino al terzo millennio.

Chi è Domenico Romeo: nato a Reggio Calabria nel 1974, è docente di Criminologia presso il Master di Criminologia PromethesCalabria, criminologo presso l’Associazione Nazionale Criminologi e Criminalisti con sede a Corsico (MI). Ha curato la pagina di Criminologia del giornale Il Lametino di Lamezia Terme occupandosi di Cold Case, e la pagina di critica culturale della testata giornalistica Lameziainstrada di Lamezia Terme, denominata “Spazio Domenico Romeo”. Scrittore, Odio Innocenteè il suo settimo libro all’attivo.

Odio Innocente” (Armando editore) è stato definito un noir di forte impatto storico e politico. Quanto è stato importante, per lei, il lavoro di ricostruzione degli anni Settanta e in che modo ha dialogato con l’invenzione narrativa?
La passione per lo studio e la ricerca dei fenomeni sociali riconducibili agli anni Settanta è stata sempre molto sentita in me. Il tutto nasce dal fatto che io negli anni Settanta ci sono nato, a metà circa del decennio, e questo mi ha sempre spinto a cercare di studiare quel determinato periodo storico con attenzione certosina. Quel decennio, difatti, figlio del “Sessantotto”, è risaputo essere stato un coacervo di contraddizioni ed esplosioni sociali, culturali, e non è stato difficile per me improntare una narrativa incastonata in tale ambito. La forte passione che ho nutrito per quel periodo è stata la molla scatenante. Il tutto è stato un divenire automatico, un crescendo naturale di qualsiasi tipo di ambientazione.

Nel romanzo emerge un’Italia attraversata da eversioni clandestine, traffici illeciti e apparati deviati dello Stato. Crede che quel periodo continui ancora oggi a proiettare la sua ombra sul presente?
Credo, innanzitutto, che ogni epoca sia irripetibile sotto l’aspetto delle formazioni sociali e culturali di qualunque tipo. Quell’epoca, in cui germinavano scontri sociali molto cruenti e il terrorismo serpeggiava violentemente, non credo possa più tornare nella sua interezza, ma credo che determinati valori acquisiti possano confluire come cinghia di trasmissione nel futuro. Almeno in parte. Molti aspetti del presente possono assumere delle sembianze a ciò che abbiamo vissuto nei decenni scorsi, ma ovviamente hanno vesti differenti.

Esiste, secondo lei, un punto in cui il sapere criminologico deve fermarsi e lasciare spazio alla letteratura per raccontare ciò che i dati non riescono a spiegare?
La criminologia e la letteratura sono, per destino naturale, due essenze diverse ma che possono coniugarsi benissimo quando si tratta di interessarsi dell’animo umano. Esiste, difatti, la letteratura criminologica che può sfociare anche nelle sfumature del noir, ma restano, di base, entità difformi, a mio avviso, dalla nascita. Credo che nell’ottica di una narrazione possano, nell’ambito di propria competenza, spiegare o descrivere i risvolti di qualsiasi combinazione umana.

Dal suo punto di vista di criminologo, quali meccanismi di radicalizzazione emergono con più forza nel romanzo?
Ritengo, sforzandomi nell’ essere super partes (anche se sarebbe difficile esserlo in quanto autore dell’opera), che l’aspetto principale che viene messo in risalto è il profilo psicologico inquietante del personaggio principale. Nasce in una borgata povera, somatizza la povertà come forma di rivalsa, abbraccia lo spontaneismo armato del tempo, entra all’interno dello Stato per fame, ma vive una doppiezza morale che lo porterà a servire lo Stato in forma pubblica e l’eversione in forma clandestina, con contestuale ossessione verso il caso Pasolini e senso di colpa verso un amico (con relativo desiderio di vendetta, al fine di regolare i conti con un passato ingombrante). A corollario dei vari personaggi, c’e’ tutta un’epoca controversa che condiziona e caratterizza il flusso narrativo, le storie e le vicende umane intrinsecamente connesse tra loro.

A cura di Marco Masciopinto

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