Attenzione alla qualità delle materie prime, ai trend del momento e, soprattutto, ai clienti e alla loro esperienza a tavola. Sono queste le premesse da cui parte Whim Group, realtà indipendente e coraggiosa che valorizza la creatività umana, declinando format culinari attraverso le ultime mode
Guidata da Nicolò Caparra, che già dal 2016 aveva dimostrato di saper rispondere alle esigenze imprenditoriali contemporanee con la Pokeria by Nima, fondata insieme a Marco Perego, la sua realtà ha un’idea chiara, consapevole e sostenibile di come si costruisce la consapevolezza del consumatore, con nuove opportunità che stupiscono in fatto di business.

Se Fine Pizza è nata per esaltare il piatto simbolo italiano e Sant’Andrea Sapore di mare per raccontare la cucina mediterranea di pesce, è nelle offerte regionali la vera sorpresa culinaria: Emilia Trattoria Bolognese e La Baita Valtellinese, due locali con un’identità precisa nel menù e nell’allestimento in sala, conservano la tradizione e l’essenza originale dei piatti tipici, valorizzando territorio e cultura. I locali, tutti a Seregno, consentono un’offerta ampia e poliedrica, accogliendo non solo il palato dei commensali, ma anche la loro curiosità di scoprire sapori non sempre alla portata di mano.
Caparra dimostra non solo che i giovani hanno tutte le capacità per farcela, ma che è l’attenzione verso i clienti la vera chiave del successo imprenditoriale, che non tradisce le aspettative e che, anzi, le rende ancora più intriganti da scoprire.

Dove trova queste idee e come nascono questi format? Da dove nasce la passione?
Le idee nascono soprattutto dall’osservazione e dall’ascolto: dei territori, delle persone che ci lavorano, dei produttori e anche dei clienti. Ogni format parte da una cucina autentica, reale, che abbia una storia da raccontare. Non mi interessa “inventare” a tavolino qualcosa di artificiale, ma piuttosto reinterpretare in modo contemporaneo tradizioni forti, rendendole accessibili, attuali e sostenibili.
La passione nasce dal cibo come esperienza culturale e sociale: mangiare non è solo nutrirsi, ma condividere, scoprire, stare bene.
Cosa si inventerà di nuovo? Cosa si mangerà prossimamente?
L’obiettivo resta sempre lo stesso: pochi piatti, fatti bene, con materie prime riconoscibili e filiera chiara. Stiamo lavorando su nuovi concept legati ancora di più alle cucine regionali italiane, con un’attenzione crescente anche al tema del benessere, delle cotture semplici, dei piatti “puliti”.
Non mi interessa stupire con effetti speciali, ma sorprendere con la qualità, la coerenza e la semplicità fatta bene.
A quale dei suoi locali si reca più spesso?
Dipende molto dal momento e dall’umore, ogni locale rappresenta indirettamente una stagionalità. Ogni format ha un valore affettivo, perché dietro c’è sempre un progetto, un team diverso e tanta energia.
Attenzione al sociale e alla sostenibilità?
È un tema centrale. Sostenibilità per noi non è solo ambientale, ma anche sociale ed economica: filiera corta, riduzione degli sprechi, attenzione ai fornitori e alle persone che lavorano nei locali.
Cerchiamo di creare ambienti di lavoro sani, inclusivi, con possibilità di crescita reale. La ristorazione ha un impatto enorme sul territorio e deve assumersi la responsabilità di generare valore, non solo profitto.

Crisi della ristorazione o consumatore più consapevole?
Credo sia vero: oggi il cliente è molto più informato, esigente e attento. Non basta più “fare da mangiare”, bisogna offrire un’esperienza coerente, qualità reale, trasparenza.
Non parlerei solo di crisi, ma di selezione: sopravvive chi ha un’identità chiara, chi sa cosa vuole essere e lo comunica bene.
Va mai a curiosare in altri ristoranti?
Certo, è fondamentale. Vado spesso a mangiare in altri locali ed è una grande fonte di ispirazione. Mi interessa sia l’alta cucina sia la trattoria autentica, lo street food fatto bene, i format internazionali. Osservo molto il servizio, l’atmosfera, la coerenza del progetto, non solo il piatto.
Giovani e imprenditoria: cosa ne pensa?
È un connubio potentissimo, ma ancora poco raccontato in modo realistico. Fare impresa da giovani significa avere entusiasmo, visione, ma anche scontrarsi con burocrazia, rischi, fallimenti.
Servirebbero più esempi concreti, più formazione e meno retorica: l’imprenditoria non è solo “successo”, è soprattutto metodo, sacrificio e capacità di imparare dagli errori.

Difetti e pregi della ristorazione di oggi?
Il grande pregio è la creatività: in Italia c’è un patrimonio gastronomico incredibile e una nuova generazione molto preparata.
Il difetto principale è spesso la mancanza di visione imprenditoriale: si pensa solo al piatto, poco al modello di business, ai costi, alla sostenibilità nel lungo periodo.
Oggi manca integrazione tra cucina e management: per funzionare davvero, un ristorante deve essere tanto un progetto culturale quanto un’azienda solida.
A cura di Marco L. Tosi


