BOEUCC, DOVE MILANO CONSERVA LA MEMORIA DEL GUSTO

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Nel pieno centro di Milano, a pochi passi da San Babila dove la piccola via Ronchetti incontra Corso Monforte, esiste un luogo dove da oltre 300 anni, la cucina meneghina continua a raccontare la propria storia.

Il suo nome è Boeucc, dal 1696 non soltanto un ristorante ma un simbolo della memoria gastronomica della città, in un luogo che attraversa il tempo mantenendo intatta la propria identità.

Fondato nel 1696 come piccola osteria tra via Durini e via Borgogna, il Boeucc – termine dialettale milanese che significa “buco” – ha accolto nei secoli artisti, intellettuali, musicisti e protagonisti della vita culturale e politica italiana.

Tra i suoi frequentatori storici figurano addirittura Giuseppe Mazzini, Arturo Toscanini e Guido Piovene fino ad un estasiato Eduardo De Filippo che, secondo la tradizione, fu a definire “memorabile” un piatto di spaghetti al pomodoro.


Ad accoglierci Marco Fuzier che assieme alla moglie Monica Brioschi, del Boeucc sono proprietari, gestori ma soprattutto coppia e presenza elegante in quello che rimane un ristorante di gran classe.

 Principiamo da una curiosità: perché un nome così particolare?

“Il nome Boeucc” risponde Marco Fuizer con un sorriso “è una parola in dialetto milanese, influenzata dalla lingua austriaca eredità di una storica dominazione della città di Milano.

Non è chiaro se la definizione derivi dal fatto che la primissima sede fosse piccola, oppure del perché, sempre in quel periodo, non esistendo i frigoriferi per mantenere in fresco le bottiglie di vino, venivano riposte in appunto buchi presenti nei muri.

Neppure troppo metaforicamente, dalla fine del 1600 ad oggi il Boeucc ha fatto davvero tanta strada…

“Senza perderci nei meandri della storia, circa un secolo fa, esattamente nel 1939, il ristorante si trasferì dalla sua sede iniziale a Palazzo Belgioioso, diventando uno dei salotti gastronomici più raffinati di Milano. Oggi il Boeucc vive una nuova fase della sua lunga storia nella sede di Corso Monforte 16, tornando simbolicamente vicino alle sue origini”

In un’atmosfera che ha conservato il suo fascino, ci può raccontare più nel dettaglio del Boeucc 2.0?

“In un concept che si rivolge ad una Milano elegante, anche la nuova location è a proporre sale sobrie, servizio classico, attenzione ai dettagli e una cucina che celebra la tradizione senza cedere alle mode passeggere. Il menu è un omaggio ai grandi piatti lombardi: risotto alla milanese con pistilli di zafferano, ossobuco, costoletta di vitello alla milanese e il celebre riso al salto, preparati con rigore e ingredienti assolutamente selezionati. 

Anche in una città in continua trasformazione, il Boeucc vuole rappresentare una rara continuità, un luogo dove il tempo rallenta e la tradizione continua a vivere in modo autentico”.

Dal 1979 il ristorante è stato guidato da Paolo Brioschi, figura storica della ristorazione milanese, e oggi la tradizione continua grazie a Lei e sua moglie Monica Brioschi, la figlia di Paolo.

“Io e mia moglie siamo i custodi di uno stile che unisce accoglienza, memoria e alta cucina. 

Nel 2005 dopo la scomparsa del papà, Monica ha lasciato i suoi studi notarili per quella che era la sua vera passione nel merito della quale, insieme, abbiamo deciso di portare avanti quelli che sono i valori e le tradizioni di famiglia”.

Ci può illustrare anche dell’espansione del brand e dei nuovi progetti?

“Abbiamo aperto già una bellissima gastronomia in Largo Donegani che sta andando davvero molto mentre, ancora allo studio, abbiamo la volontà di espanderci all’estero.

Guardiamo a New York, all’Oman, a Londra e a Zurigo».

Vietato limitare i sogni: come vorrebbe salutare i lettori di Beesness?

“Invitandoli, nel caso non lo avessero ancora fatto, a provare il nostro ristorante di C.so Monforte, un gioiello da 70 eleganti coperti dove poter gustare i migliori piatti della tradizione milanese accompagnati da una cantina di vini assolutamente all’altezza di qualsiasi aspettativa per quella che non si limiterà ad essere una cena o un pranzo di lavoro, ma un’autentica esperienza”.

A cura di Davide Pinoli

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