Daniel Fontana e Massimo Leonardi: due Ironman a confronto

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Daniel Fontana e Massimo Leonardi

L’esperienza e le aspirazioni di un atleta-manager e di un manager-atleta che sognano di continuare a praticare il triathlon il più a lungo possibile

Daniel Fontana è il rinomato triatleta professionista con due olimpiadi all’attivo ed è stato il primo in Italia ad aver vinto una gara del circuito Ironman. Massimo Leonardi è un giovane commercialista milanese che divide le sue giornate tra ufficio e allenamenti. In questa intervista leggerete del loro legame con il triathlon.

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Daniel, com’è nata questa passione per il triathlon?

Per caso. Quando avevo 6 anni ho iniziato a fare nuoto in un piccolo paese della Patagonia, in Argentina, e per varie ragioni a 15 anni ho dovuto smettere. Per colmare questo vuoto mi sono avvicinato al triathlon, di cui conoscevo l’esistenza perché un mio amico lo praticava e perché avevo visto un documentario sull’Ironman delle Hawaii. Stiamo parlando dei primi anni ‘90 in Argentina, dove non c’erano internet o giornali quindi non sapevo molto su questo sport. Ad ogni modo ho iniziato presto a fare qualche gara e me ne sono innamorato. Poi ho capito che avevo del talento, che ero abbastanza portato per questo sport e ho incominciato a competere anche a livello internazionale. Quando poi il triathlon è entrato nel circuito olimpico, con le Olimpiadi di Sidney, è stata una vera e propria voragine che mi ha travolto.

Quando questa passione è diventata anche il tuo lavoro?

È stata una transizione perché il mondo del triathlon non è fatto solo di professionisti, come succede invece in altri sport. Quindi, pur avendo una grande dedizione per il triathlon, mi sono laureato in economia. La svolta c’è stata nel 2002 quando sono arrivato in Italia e ho deciso di investire tutte le mie energie per partecipare alle Olimpiadi. Mi sono così qualificato per Atene 2004 e poi per Pechino 2008.

Com’è la tua giornata-tipo?

Dipende dai periodi, ma in generale ho una giornata molto piena. Incomincia molto presto: mi sveglio alle 5.40 poi faccio nuoto, bici e un po’ di corsa. Vivo a Como e mi alleno a Milano, nella società DDS. Come riesci a conciliare la tua attività con la tua vita privata? La mia famiglia è spesso insieme a me, soprattutto nei momenti di recupero. Infatti ci vuole tanto tempo per allenarsi ma altrettanto tempo per recuperare. Questo è il segreto! L’errore che fanno alcuni amatori è di andare in over-training.

Come pianifichi il tuo calendario delle gare?

La mia forza, oggi che non sono più giovanissimo, non è tanto la potenza fisica ma un bagaglio molto grande di esperienze e risultati più e meno buoni. Quindi la scelta degli allenamenti, la programmazione delle gare e soprattutto il conoscere bene me stesso mi permette di fare dei programmi agonistici e di cambiarli in corso d’opera a seconda di come funzionano.

Hai scritto anche un libro “Dimagrire di corsa”. Cosa ti ha ispirato?

È un libro che parla soprattutto di motivazione. Un piccolo manuale per chi vuole avvicinarsi alla corsa, allo sport e mangiare meglio. Parla di storie molto diverse, di persone che sono riuscite a raggiungere degli obiettivi che non avevano mai neanche pensato di sognare. È stato un enorme successo, un best seller. Una bella collaborazione con Mondadori ed Elena Casiraghi di Enervit. Sei il primo italiano ad aver vinto una gara del circuito Ironman e l’anno scorso hai vinto la seconda.

Quali sono le caratteristiche che ti hanno permesso di raggiungere questi traguardi?

Soprattutto la costanza di seguire un programma di allenamento molto impegnativo durante tutto l’anno. La tenacia di continuare a confrontarsi con gli altri atleti, di superare difficoltà molto grandi come infortuni o problemi di salute e di aspettare il momento giusto da sfruttare al massimo.

La mia forza è questa: riuscire a dare tutto nei momenti importanti e avere la pazienza di aspettarli.

Hai anche rappresentato l’Italia alle Olimpiadi di Pechino. Che cosa ha significato per te?

Le altre gare le può fare chiunque mentre alle Olimpiadi può accedere solo un gruppo ristretto di persone. È molto difficile qualificarsi e ci vogliono diversi anni di preparazione quindi, soltanto il fatto di essere lì a rappresentare la mia bandiera, è una grande soddisfazione. Non avrei mai sognato di poter arrivare a questi livelli. Il solo fatto di trovarmi lì è stato per me un grande traguardo.

Tra tutte le competizioni sostenute qual è stata particolarmente significativa?

Quando sono diventato vice campione mondiale a Clearwater, in Florida, nel 2009. Non so se è stato il risultato più importante, ma emotivamente è stata una gara molto significativa perché venivo da tantissimi problemi. Quel giorno tuttavia sono riuscito ad affrontare tutto facilmente. Credo sia stato uno dei momenti più alti della mia carriera.

Com’è il tuo rapporto con il pubblico?

Più che altro c’è un rispetto per quello che ho fatto e riesco a comunicare. È un rapporto molto sereno, non mi sento un idolo indiscusso. Cerco di trasmettere quello che ho imparato e di far rivivere agli altri quello che ho vissuto io.

Quali sono gli aspetti positivi e quelli negativi del triathlon per chi si avvicina a questo sport?

Il triathlon è una metafora della vita perché se ci si impegna, si è costanti, si ha pazienza e si è motivati, si riesce ad andare oltre limiti che mai ci si sarebbe immaginati di superare. Questo rende un Ironman a tutti gli effetti. La parte negativa è che a volte, forse anche per una comunicazione sbagliata, si è portati a sottostimare questi sforzi. Un errore molto grande. Affrontare questi eventi impreparati è sbagliato, così come praticare il triathlon in modo ossessivo piuttosto che per divertirsi.

Ci sono stati dei momenti nei quali hai pensato di fermarti? Come hai reagito?

È successo molte volte, in particolare quando sono stato operato al tendine d’Achille o quando mi sono sentito messo un po’ da parte dalla Federazione, dopo una frustrazione molto grande. Mi hanno spinto a reagire il fatto di vivere con serenità, di concentrarmi sulle cose importanti, di avere delle ambizioni nel lunghissimo termine e di essere consapevole di dare tutto.

Quali sono i tuoi progetti attuali?

Finire questa stagione con il campionato mondiale alle Hawaii, che si svolge proprio dove tutto è nato negli anni ‘70. Per me riuscire a essere lì a 42 anni dà un senso a tutto il 2017.

Cosa sogni per tuo il futuro?

Sicuramente una vita vincolata allo sport perché sento la responsabilità di trasmettere e insegnare quello che ho imparato grazie a tante fatiche ed errori. Avere sempre obiettivi ambiziosi e cercare l’eccellenza, aiutando anche gli altri con attività sociali. Il triathlon è una disciplina faticosa ma appassionante che dà (non regala!) grandi soddisfazioni anche a livello amatoriale.

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Massimo Leonardi
commercialista full time, che si dichiara un grande amante dello sport, si è avvicinato prima al calcio, giocando a buoni livelli, per poi approdare al triathlon. Il triathlon è una disciplina faticosa ma appassionante che dà grandi soddisfazioni anche a livello amatoriale. Massimo Leonardi, che si dichiara un grande amante dello sport, considera il triathlon uno sport estremamente gratificante.

Massimo, com’è nata la tua passione per il triathlon?
È nata abbastanza casualmente quando ho smesso di giocare a calcio per varie vicissitudini. Ho deciso infatti di dedicarmi prima alla corsa e successivamente al triathlon, tramite un caro amico sardo. Da lì è cominciata l’avventura, con anche il nuoto e la bici.

Come riesci a conciliare la pratica di questa disciplina con il tuo lavoro?

Questa è una grande sfida dal punto di vista lavorativo. Prima di tutto credo che l’attività fisica sia un fattore positivo e fondamentale anche per un’attività professionale come la mia, che prevede molte ore in ufficio ed elevati carichi di tensione che lo sport aiuta a scaricare.

Com’è una giornata-tipo?

Solitamente la mattina nuoto un’ora e poi vado in ufficio. A volte, in preparazione delle gare, sono necessari due allenamenti giornalieri e quindi vado anche in bici di sera e corro in pausa pranzo.

Se uno crede in quello che fa, il tempo lo trova, anche se è costretto a sacrificare altri interessi.

Ci sono stati dei momenti nei quali hai pensato di abbandonare il triathlon e di dedicarti ad altri sport meno impegnativi?

No. Sono un neofita perché sono solo quattro anni che pratico il triathlon e sono nel pieno dell’euforia. Questo sport mi piace molto e non ho nessuna intenzione di smettere.

A chi ti ispiri?

Ho avuto modo di conoscere Daniel Fontana e credo che sia la massima espressione del triathlon qui in Italia. È lui il mio punto di riferimento sportivo.

Hai avuto degli istruttori durante il tuo percorso sportivo?

Non ho un allenatore personale. Ho ricevuto dei consigli da vari amici che si allenano con me. Chi pratica il nostro sport tende spesso a pubblicare i propri allenamenti anche attraverso i social network e, di conseguenza, c’è un confronto quotidiano.

Quali sono le caratteristiche distintive dei professionisti, rispetto agli amatori?

Alcune gare le facciamo insieme ai professionisti quindi vediamo anche come si preparano. I loro allenamenti sono esasperanti, a volte, dal punto di vista fisico. Daniel Fontana in alcuni periodi si allena fino a quattro volte al giorno. Il triathlon è il suo lavoro. Il mio è un altro. Inoltre un professionista in un certo senso corre più rischi e, a volte, si trova a trascurare degli infortuni che invece l’amatore può recuperare con più calma. È un po’ diverso tutto l’approccio a questo sport: da dilettante, io lo pratico per divertirmi, un professionista deve ottenere anche dei risultati.

Che cosa invece vi accomuna?

La passione per lo sport sicuramente. Chi pratica triathlon non può non essere innamorato di quello che fa. Sono infatti talmente tanti i sacrifici da affrontare che se non ti piace è da pazzi…Ogni giorno si riesce a trovare uno stimolo nuovo, ci si può allenare in tanti posti diversi… E poi questi tre sport sono così diversi l’uno dall’altro che non annoiano mai.

Ritieni che il triathlon sia prevalentemente una disciplina individuale che favorisce l’introspezione o piuttosto un momento di condivisione?

È uno sport di condivisione. Gli allenamenti sono talmente impegnativi che, solitamente, preferisco non farli da solo. Tendenzialmente anche i professionisti si allenano tanto in gruppo perché aiuta anche a rendere di più, così come a consolidare amicizie e confronti in vista di una gara. Partecipare a una gara è sempre un’occasione per fare anche un viaggio con gli amici.

Tra le vittorie le competizioni che hai affrontato, qual è stata particolarmente significativa?

La prima gara di Ironman nel 2015 è sicuramente quella più significativa per me perché avevo il timore di non riuscire neanche a finirla, avendola preparata in poco tempo. Ha rappresentato una svolta nel mio percorso e mi ha dato una motivazione in più.

Quali sono i tuoi progetti attuali?

Inseguire nuove avventure e fare nuove gare di triathlon. Ora mi sto allenando con i miei amici per l’Ironman di Klagenfurt, gara tra le più famose del circuito, che si svolgerà in Austria a luglio.

Cosa sogni per il tuo futuro?

Voglio continuare a fare il commercialista, ma il triathlon è per me una componente fondamentale di cui non vorrei mai fare a meno. Sogno di gestire bene il mio tempo e di continuare a divertirmi.

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